Viaggio nel mondo degli altri. Che siamo noi.

Chi sono gli “altri”? Di solito, sono le minoranze. Quelli che si distinguono dalla maggioranza in base ad alcuni parametri di aspetto, di colore, di pensiero, di comportamento.

Recentemente ho compiuto una sorta di viaggio nel mondo degli altri. La mia strada si è casualmente incrociata con quella di una associazione che si occupa di chi soffre della sindrome di Down.

Ero stata contattata per organizzare un cookingshow in occasione di un evento e, casualmente, ho saputo che allo stesso evento avrebbe partecipato questa associazione.

Ora. Non ambisco al paradiso. A dirla tutta, lo trovo un tantino noioso, con gli angioletti che suonano l’arpa, mentre tu stai lì in contemplazione, per l’eternità. E comunque, è una meta troppo ambiziosa per i miei meriti. All’inferno, di certo, troverei tanti amici, ma chi riuscirebbe a godersi la compagnia, tra pioggia di fuoco, macigni rotolanti e diavoletti che ti inforchettano le chiappe? Così, cerco di guadagnarmi il purgatorio visto che in medio stat virtus.

Insomma, dico agli organizzatori: “io il cookingshow lo faccio aggratis con l’associazione “Gli altri siamo noi” e ci aggiungo anche l’AISM e chiamo due bravissime colleghe (Maria Grazia Montaldista e Adele La Riccia) a darmi una mano, e facciamo uno spettacolino e… insomma, un bel giorno vado in associazione e incontro loro. Gli “altri”.

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Quelli “ma sono diversi!”. Quelli che “ma non faranno mai strada nella vita”. Quelli che “hanno dei deficit, hanno delle carenze”.

Tutto vero. Non faranno mai strada nella vita, perché hanno dei deficit, delle carenze. Gli manca l’ipocrisia, ad esempio. E senza quella, come fai ad andare avanti? Se dici pane al pane e vino al vino, non riuscirai mai ad intrallazzarti. E poi, gli manca la capacità di mentire. Ti pare che se non dici qualche bugia ogni tanto puoi farti strada? Noooo. E poi, gli manca l’ambizione al potere, alla fama, alla ricchezza. E che se ne farebbero di milioni di euro se si sentono ricchi per un sorriso, per un biscotto riuscito bene, per un disegno colorato, per un abbraccio?

Ho passato con loro qualche mattina ad impastare, e due giorni a fare spettacolo in mezzo alla folla, e non mi sono mai divertita tanto e non  mi sono mai sentita così gratificata, orgogliosa e sicura di aver fatto qualcosa di importante.

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Penso a noi “normali” (?), tutti così uguali nel nostro volerci conformare alle mode, alle tendenze, alle norme e guardo loro, così dolcemente belli nelle loro diversità. C’è chi è orgogliosa dei suoi lunghi capelli e appena ti vede si siede in braccio, ti prende le mani e se le mette intorno alla vita, alla ricerca di un contatto che trasmette calore ed affetto. C’è chi arrotola la pasta sul ferretto in maniera geometricamente perfetta e ti mostra orgoglioso il risultato e tu non puoi fare altro che pensare “io non riuscirò mai a farla così bene!”. C’è chi ti guarda dall’alto del suo corpo magro e slanciato e non proferisce verbo, ma poi ti incontra per strada e ti sorride e tu ti perdi nella dolcezza dei suoi occhi turchini.

Oh si, sono diversi. Meravigliosamente diversi. E quando ti mostrano i cantucci che hanno preparato e le marmellate che hanno invasettato, sai che tu non li preparerai mai più perché non saranno così buoni.

Io, quest’anno, regalerò a Natale i cestini preparati dai “miei” ragazzi e, ogni volta che potrò, userò le loro conserve, le loro marmellate, per tutte le mie preparazioni. Perché sono prodotti diversi, come loro. Incredibilmente buoni, come loro.

E se c’è una cosa che ho capito, nel profondo del mio cuore, è che “gli altri” siamo noi.

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