Scirubbedda e il rito di iniziazione

 Scirubbedda: il primo dolce freddo della storia, e non stiamo parlando di una ricetta, ma di una tradizione.

“Scirubbedda” da “sciroppo”: il miele di fichi, che altro non è che il caramello derivante dalla lunga cottura dei fichi, è ingrediente essenziale della scirubbedda.

L’ingrediente fondamentale ed imprescindibile è la neve. Fresca. Pulita. Intatta.

Ora, non è che in Calabria nevichi spesso, se non sulle cime più alte del Pollino, della Sila, o dell’Aspromonte.

In tempi immuni da Internet, quando erano in pochi ad avere la televisione e ancor meno a possedere l’auto, vedere la neve era una sorta di magia, che si avverava magari una sola volta nella vita.

Questi misteriosi cristalli freddi e glaciali, che prendevano forma e vita per un attimo nel palmo della mano, per poi scioglierli nella più familiare forma liquida, erano un miracolo, una sorpresa, un mistero.

Io, avendo la fortuna di un’ascendenza piemontese da parte materna, la neve la conoscevo, e mi davo arie da saputella scafata, davanti ai miei amichetti disposti in fila nel cortile con la lingua di fuori e le guance rosse.

“Ma dai, quante storie, è solo acqua ghiacciata”. Poi, il vicino di casa, quel gigante dai capelli bianchi e radi, dal viso scuro e rugoso, ma con due incredibili occhi azzurri da bambino, ci diede una bacinella e ci disse di raccogliere quanta più neve potevamo, dove era ancora intatta, e di portargliela in casa.

Viveva con la figlia, rimasta vedova in giovane età, e con il nipotino, mio coetaneo.

Ricordo bene lo stanzone con il camino, le pentole di rame appese alle pareti, i mestoli ed il perenne odore di aglio, cipolla e peperoncino che proveniva dalle trecce appese ad essiccare.

In quello stanzone nonno ‘Ntoni ci raccontava tante storie e ci insegnava a fare gli elicotteri con i semi dell’acero e i portapenne con le pigne.

In quella occasione, aprì uno sportellino in un angolo, che non avevamo mai notato prima. Dentro c’era una serie di bottigliette di vari colori. Filtri misteriosi? Unguenti miracolosi? Nonno ‘Ntoni aveva un che di mago, e noi bambini lo adoravamo, ma lo temevamo anche un po’, per quella sua aura di mistero.

Prese la neve che gli avevamo portato e, stando attento a non comprimerla, la dispose in alcune tazze. Poi vi versò il contenuto scuro e denso della bottiglietta e la neve si tinse di rosso.

Ruppe con i denti (si, allora si faceva così, con buona pace dei dentisti) alcune nocciole, le tritò velocemente al coltello e le sparpagliò sulla neve rossa, porgendo ad ognuno di noi un bicchiere ed un cucchiaino, in una sorta di rito di “iniziazione alla neve” che forse non si sarebbe più ripetuto.

Quella era la scirubbedda e io da allora non ho mai assaggiato un dolce freddo che fosse più buono.

scirubbedda

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